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Smart City e Smart Land: per realizzarle occorre un New Deal Digitale

Nei social, in Internet ma anche nei media tradizionali, emergono con forza i termini Smart City e Smart Land non solo da parte di attori pubblici, ma sempre più spesso anche da imprenditori e manager privati. Ma di cosa si tratta, perché questa crescente attenzione? Non è facile darne una de- finizione sintetica, ma di certo occorre fare chiarezza affinché il sistema socio economico comprenda appieno le opportunità di crescita che questo approccio può generare nelle nostre città, grandi e piccole.

Rendere Smart le nostre città infatti non vuol dire riempirle di sensori, app o altri gadget tecnologici, vuol dire invece governare un nuovo modo di utilizzare le risorse pubbliche e private, nuovi modelli di business, nuove competenze e nuove logiche di governance del cambiamento e dell’innovazione al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini e la competitività delle nostre imprese. Si tratta dunque non di una nuova tecnologia ma di un nuovo modo di pensare, di organizzare il lavoro e la cooperazione in logica di ecosistema, di consolidare modelli di partnership pubblico-privata.

Ma qualcuno ci può mostrare qualcosa di concreto? Si, come al solito nei paesi del Nord Europa hanno osato prima di noi ed oggi città come Copenhagen in Danimarca, Amsterdam in Olanda, Tampere in Finlandia e Stavanger in Norvegia (giusto per evidenziare che si può fare anche in luoghi meno noti) hanno alle spalle qualche anno di sperimentazione in cui il Comune, le utilities, le Esco e tutti i principali stakeholders del territorio hanno iniziato a costruire un percorso di sviluppo a sistema, in cui ciascuno presidia il proprio ambito di competenza cercando di creare maggiore valore attraverso l’interazione e le sinergie con gli altri interlocutori.
Bas Boorsma, ex manager Cisco responsabile per il Nord Europa dei servizi smart e IoT e attuale founder e CEO di Rainmaking Urban racconta queste esperienze...