Mercoledì, 24 Maggio 2017
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Le nuove piattaforme, come Netflix, per rinnovare il sistema audiovisivo in un contesto sempre più smart. Ma come? ce ne parla Zuliani con il suo libro

Stefano Zuliani

Sensori, materiali innovativi, bioedilizia, banda larga, etc.. , sono una parte delle soluzioni emergenti che si introducono mano a mano nei nostri edifici sia pubblici che privati rendendo l’ambiente più digitalizzato ed interattivo, dando vita alle cosiddette costruzioni “intelligenti”; queste soluzioni sono molto importanti perché  servono a favorire un processo di trasformazione delle città e delle persone che potranno vivere così in un cotesto più vicino al concetto di smart city.

Ad esempio, entrando nelle case, il campo della digital entertainment si sta evolvendo così rapidamente, creando e definendo nuove tipologie di servizi di infotainment ed opportune infrastrutture di supporto. Ogni singola abitazione insieme alla tecnologia che vi è presente, va ad inserirsi come un singolo elemento di un contesto più ampio con cui si costruisce l’intelligenza di una città.  

Parlando di nuovi servizi e piattaforme tecnologiche che rendono l’ambiente di casa più digitalizzato, vi vogliamo segnalare un nuovo libro edito dal IlSole24Ore, intitolato “Netflix in Italia e il big bang di cinema e tv - Analisi e previsioni sull’evoluzione del sistema audiovisivo” scritto da Stefano Zuliani (il libro è già disponibile nelle librerie, su www.shopping24.it e in altre librerie on line).

Finora lo spettatore italiano è stato visto come una figura passiva senza possibilità di interazione con il sistema audiovisivo; in questo nuovo libro viene fatto un quadro semplice ed efficace di come il sistema audiovisivo italiano sia prossimo ad un cambiamento, reso possibile anche dall’arrivo del Subscription Video On Demand, ovvero un abbonamento mensile flat per un’offerta di contenuti “all you can eat”.

Inoltre, il libro si propone di fare una riflessione su questi temi insieme ad alcuni importanti protagonisti dei diversi segmenti industriali interessati: dalla produzione cinematografica alla distribuzione ed esercizio, fino agli stessi artisti.

In Italia alla parola tv è stata tradizionalmente associata quasi soltanto la declinazione “tv generalista”. Colpisce che anche la pay tv Sky, negli ultimi tempi, rivolga una parte significativa dei suoi investimenti a una programmazione pure di tipo generalista (ad esempio, X-Factor, MasterChef, Italia’s Got Talent).
Insomma, lo spettatore italiano, che in effetti ha un’età media molto alta (55 anni), viene ancora interpretato come una figura passiva, rilassata in poltrona, pantofole ai piedi e telecomando in mano, non in condizione di esprimere specifiche preferenze. Si tratta di una rappresentazione ancora poco scalfita dalla diffusione straordinariamente rapida di smartphone e tablet, già nelle tasche di 30 milioni di italiani, che porta una forte spinta all’interattività (negli USA il consumo video su mobile per persona supera un’ora al giorno).
Nei paesi europei comparabili al nostro (come sono Germania, Francia e UK), grazie allo sviluppo delle tv via cavo e all’ampia diffusione di internet a larga banda, già da molti anni gli spettatori hanno modo di esprimere gusti e opzioni specifiche, ben assecondati dai player attivi sul mercato. Questi infatti confezionano offerte mirate anche a sottoinsiemi e nicchie di mercato, superando la logica della “vendita di eyeballs” (ovvero vendita dell’attenzione degli spettatori) tipica della tv generalista e dei mercati, come il nostro, ancora prevalentemente basati sugli introiti pubblicitari.
Dall’altra parte dell’oceano, negli USA, gli utilizzatori della tv on demand in streaming hanno ormai superato il 50% della popolazione. Inoltre, soltanto il 45% dei programmi televisivi vengono guardati in diretta all’ora in cui sono collocati nei palinsesti (il resto del tempo di ascolto viene speso su servizi on-demand in streaming o su programmi registrati). E il tasso di ascolto in diretta diminuisce con l’abbassarsi dell’età dello spettatore. Peraltro, secondo un report di Forrester Research, il 38% dei giovani tra i 18 e i 32 anni non guarda affatto la tv tradizionale.
Infine, nell’on-demand americano cominciano a essere proposti anche eventi/programmi in diretta, finora grandi assenti sulle piattaforme online; li stanno già offrendo Sony sulla Playstation e Dish Network; ai due dovrebbe presto aggiungersi Apple.
In Italia la situazione è molto meno dinamica: i due grandi gruppi di tv generalista pubblica e privata, RAI e Mediaset, hanno giocato - e giocano tuttora - un ruolo centrale nel settore audiovisivo: dalla produzione, alla distribuzione fino all’esercizio delle sale. Tuttavia da alcuni anni, anche per effetto della crisi economica, i due attori sembrano non più in condizione di sostenere un sistema in difficoltà. Ad esempio, Mediaset si è via via disimpegnata dalla produzione cinematografica, dovendo fronteggiare le difficoltà del proprio core business e la concorrenza della pay-tv; anche la RAI ha ridimensionato il volume degli investimenti e il loro valore unitario.
Di fronte a queste fragilità, sono state messe in discussione certezze consolidate; però la sensazione è che finora abbiano continuato a prevalere logiche attendiste; ma la forza d’urto di cui potrà essere capace Netflix (in Francia ha raggiunto 100.000 clienti in un solo mese e a metà 2015 è arrivata a circa 200.000) non potrà che accelerare lo stabilirsi di nuovi equilibri dell’intero settore.
In termini di business, nel secondo trimestre 2015 Netflix ha fornito il suo abbonamento SVOD-Subscription Video On Demand, offerto a 7,99$ per mese (6€ in Europa) e raggiunge circa il 50% delle famiglie americane, ovvero 42 milioni di abbonati. In Italia la pay-tv di Sky, dopo dieci anni di presenza e circa 16 miliardi di euro investiti, raggiunge soltanto il 20% delle famiglie. Agli abbonati statunitensi si aggiungono altri 23 milioni di abbonati negli altri paesi, di cui 3,4 milioni in Canada, 4,8 milioni in America Latina, 2 milioni nei paesi scandinavi, 3 milioni in UK e Irlanda. Il totale mondiale degli abbonati ha raggiunto dunque i 65,5 milioni (+ 1,7 milioni rispetto al trimestre precedente).
Per quanto riguarda i ricavi, essi sono arrivati a circa 1,64 miliardi di dollari, triplicando di anno in anno (1.026 milioni negli USA e 614 milioni negli altri paesi). Gli utili hanno toccato 26,3 milioni e il valore dell’azienda in borsa è pari a 48 miliardi (comparabile a quello delle due grandi media companies CBS e Viacom). Hulu, che negli USA è il secondo operatore, arriva appena a 1/3 dei ricavi raggiunti da Netflix.

Ecco qualche ulteriore dato sulla domanda:

  • in media gli americani passano sull’on demand 17 ore a settimana contro 11 ore dedicate alla tv broadcast;
  • il traffico internet generato da Netflix nelle ore serali rappresenta spesso oltre la metà del totale, arrivando mediamente al 36,5% (quello del principale competitor Amazon Instant Video arriva appena 1,9%, mentre YouTube consuma il 15,6% della banda disponibile);
  • Netflix ha un catalogo digitale di oltre un milione di Gbytes.

 
In Italia, alcune ricerche indicano che soltanto il 50% degli italiani con più di 15 anni (ovvero 29 milioni di individui) è consapevole dell’esistenza di offerte del tipo Video On Demand e soltanto il 5% (2,7 milioni) le ha effettivamente già provate.

L'informazione geografica e il geospatial è l'infrastruttura di base per la crescita delle smart cities, in special modo nelle città storiche.

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