Intelligent Cities Index 2026: Londra prima al mondo. Le lezioni del nuovo indice BCG per le città italiane

Grafica ufficiale dell’Intelligent Cities Index 2026 di BCG dedicato alle città intelligenti e guidato da Londra.
Londra guida la prima edizione dell’Intelligent Cities Index 2026, che confronta 61 città in 39 Paesi attraverso cinque domini di maturità. Credit: Boston Consulting Group (BCG).

Londra guida il nuovo Intelligent Cities Index 2026 di Boston Consulting Group. Il rapporto non misura soltanto la diffusione delle tecnologie digitali, ma valuta come intelligenza artificiale, governance e innovazione migliorino concretamente la qualità della vita urbana. Un benchmark che offre indicazioni utili anche per le amministrazioni italiane.

Un indice orientato ai risultati urbani

L’Intelligent Cities Index 2026: How AI Shapes Urban Living è la prima edizione dell’indice elaborato da Boston Consulting Group. L’analisi considera 61 grandi città in 39 Paesi e valuta il modo in cui tecnologie digitali e intelligenza artificiale vengono trasformate in servizi, opportunità e risultati per residenti e imprese.

La metodologia combina 35 indicatori, quantitativi e qualitativi, organizzati in 14 dimensioni e cinque domini:

  • outcomes, cioè qualità della vita, opportunità economiche, capitale sociale e relazione con l’amministrazione;
  • strategy, con riferimento alla chiarezza e all’ampiezza della strategia urbana;
  • adoption, che comprende diffusione e utilizzo di applicazioni, servizi digitali e soluzioni di AI;
  • ways of working, legato alla governance, alla capacità organizzativa e alle partnership pubblico-private;
  • enablers, che includono dati, piattaforme tecnologiche, infrastrutture, competenze, finanziamenti ed ecosistemi dell’innovazione.

Il risultato non è quindi una classifica della sola dotazione tecnologica. BCG distingue quattro livelli di maturità — leading, accelerating, emerging e developing — e collega la capacità digitale agli effetti prodotti nella vita urbana.

Londra al vertice, ma nessuna città domina ogni ambito

La graduatoria generale vede al primo posto Londra, seguita da Dubai, New York, Washington e Amsterdam. Il dato più interessante, tuttavia, è che nessuna città guida tutti i domini. Londra primeggia nei risultati per i residenti, Madrid nella strategia, Dubai nell’adozione, New York nelle modalità operative e Amsterdam nei fattori abilitanti.

Questa distribuzione mostra che non esiste un unico modello di città intelligente. Alcune amministrazioni costruiscono una maturità equilibrata in più domini; altre ottengono risultati concentrando investimenti e capacità organizzativa su pochi ambiti prioritari. Il valore del benchmark sta proprio nella possibilità di confrontare percorsi differenti, non nel proporre una ricetta universale.

Il dato italiano è particolarmente significativo: nessuna città del Paese compare tra le prime 20. Nella classifica complessiva pubblicata da BCG, Roma è al 40° posto e Milano al 41°, su 61 città analizzate. Più che un semplice ritardo tecnologico, il posizionamento evidenzia la necessità di trasformare investimenti, piattaforme e sperimentazioni in servizi effettivamente adottati, sostenuti da una governance stabile e valutati attraverso risultati misurabili per cittadini e imprese.

L’intelligenza artificiale come infrastruttura di servizio

Secondo BCG, le città che integrano l’AI nei servizi essenziali tendono a produrre risultati migliori e più rapidi per i residenti. Il punto non è moltiplicare sperimentazioni isolate, ma inserire soluzioni già verificate nei processi quotidiani: servizi digitali, relazioni con cittadini e imprese, gestione urbana e supporto alle decisioni.

L’indice individua inoltre una relazione tra utilizzo e soddisfazione. Quando applicazioni e servizi intelligenti rispondono a bisogni reali, cresce la fiducia degli utenti; una maggiore fiducia favorisce l’adozione, genera nuovi casi d’uso e consente di migliorare ulteriormente i servizi. È un circuito virtuoso che richiede, però, qualità, accessibilità e capacità di misurare gli effetti.

La governance conta quanto la tecnologia

Uno dei messaggi centrali del rapporto è che l’infrastruttura tecnologica, da sola, non basta. Le città più mature combinano fattori abilitanti “hard” — dati, piattaforme, connettività e infrastrutture — con fattori “soft” come competenze, finanziamenti, responsabilità organizzative, innovazione imprenditoriale e collaborazione tra settore pubblico e privato.

La governance dell’AI entra quindi nel cuore della trasformazione urbana. Occorrono priorità comprensibili, responsabili individuati, regole per qualità e uso dei dati, competenze interne e meccanismi che permettano di passare dal progetto pilota a un servizio stabile. La maturità non coincide con il numero di tecnologie installate, ma con la capacità dell’amministrazione di utilizzarle con continuità e responsabilità.

Cinque indicazioni per le città italiane

Il benchmark BCG offre alle amministrazioni italiane una griglia utile per leggere programmi già avviati e nuovi investimenti. Le indicazioni operative possono essere sintetizzate in cinque punti.

  1. Partire dai risultati attesi. Ogni iniziativa dovrebbe dichiarare quale problema urbano intende affrontare e con quali indicatori sarà misurato il beneficio per cittadini e imprese.
  2. Definire poche priorità strategiche. Una roadmap credibile seleziona i casi d’uso con maggiore impatto, evitando di disperdere risorse in progetti dimostrativi non collegati ai processi amministrativi.
  3. Rafforzare la governance. Dati, AI e servizi digitali richiedono responsabilità chiare, coordinamento tra uffici, regole di aggiornamento e partnership costruite su obiettivi verificabili.
  4. Scalare ciò che funziona. Le sperimentazioni devono essere valutate sulla base di utilizzo, qualità e soddisfazione, trasformando le soluzioni mature in servizi ordinari.
  5. Coltivare l’ecosistema. Infrastrutture e piattaforme devono essere accompagnate da competenze, formazione, università, imprese, startup e luoghi di sperimentazione reale.

Dal benchmark al programma operativo

Per un Comune o una Città metropolitana, l’indice può diventare uno strumento di autovalutazione. Una prima ricognizione può mappare servizi disponibili, qualità dei dati, capacità organizzativa, livello di adozione e risultati già misurabili. Il passaggio successivo consiste nel selezionare un portafoglio limitato di casi d’uso e nel definire indicatori comuni.

In questo percorso, Digital Twin urbani, piattaforme dati, sensori e AI acquistano valore solo quando sono collegati a decisioni concrete: mobilità, ambiente, energia, manutenzione, pianificazione, sicurezza e accesso ai servizi. Il benchmark internazionale diventa così utile non per inseguire una posizione in classifica, ma per costruire una trasformazione digitale coerente, verificabile e centrata sulle persone.

Un confronto da usare con cautela

Come ogni indice composito, anche l’Intelligent Cities Index sintetizza fenomeni complessi attraverso indicatori e pesi metodologici. I risultati vanno letti considerando il contesto istituzionale, demografico ed economico di ciascuna città. Lo stesso rapporto sottolinea che i percorsi di maturità possono essere diversi: città “balanced builders”, capaci di distribuire le proprie forze, e “focused specialists”, concentrate su domini specifici.

Per le città italiane, la lezione più utile è quindi metodologica: confrontare risultati, strategia, adozione, governance e fattori abilitanti nello stesso quadro, evitando di ridurre la Smart City a una somma di piattaforme o progetti tecnologici.

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